Niscemi (CL) — Sei ordini di custodia cautelare in carcere e cinque avvisi di garanzia. Sono il frutto dell’operazione “Para Bellum” che dopo 15 anni ha fatto luce sull’omicidio di Alfredo Campisi. Gli arresti sono stati eseguiti, nel corso della notte a Niscemi dagli uomini della squadra mobile di Caltanissetta e del locale commissariato di polizia su richiesta della Dda etnea.
Alfredo Campisi, boss emergente di Niscemi venne ucciso, mentre era alla guida della sua automobile il 6 novembre del 1996, in un agguato fatto da un commando della famiglia gelese degli Emmanuello affiliata al clan Madonia di Cosa nostra.
Quello di Campisi non è l’unico mistero emerso nel corso dell’operazione Para Bellum, ma sono stati identificati esecutori e mandanti anche del tentato omicidio del braccio destro di Campisi, Giuliano Chiavetta ora collaboratore di giustizia, che viaggiava con lui al momento dell’agguato, avvenuto sulla Niscemi-Vittoria, in territorio di Acate.
Sono stati inoltre ricostruiti i due precedenti agguati tesi alla stessa vittima, colpevole di avere messo in piedi una organizzazione di giovani criminali, feroci e senza scrupoli, capaci di contrastare la forza egemone degli Emmanuello, all’interno di Cosa Nostra.
La prima volta, il 23 luglio 1996, Campisi era riuscito a sottrarsi ai suoi killer fuggendo dal proprio negozio di marmi dove il gruppo di fuoco si era recato per ucciderlo. Una seconda volta, nella stessa estate, due killer gelesi, giunti a Niscemi su una moto di grossa cilindrata e su un ciclomotore, furono bloccati dai propri complici del gruppo di copertura pochi istanti prima di entrare in azione, perché in piazza municipio, dove Campisi doveva essere ucciso mentre passeggiava, era sopraggiunta una pattuglia dei carabinieri.
“A Niscemi- ha detto il sindaco Giovanni Di Martino- è in atto un processo di cambiamento, grazie a una presa di coscienza che ha portato le articolazioni della città a supportare il lavoro dei magistrati e delle forze dell’ordine. Basti pensare che dopo molti anni diversi collaboratori giustizia hanno rivelato notizie che hanno permesso di fare luce su casi irrisolti che il ventre della città portava da sempre come un peso. Penso al ritrovamento del corpo del giovane Pierantonio Sandri e non ultimo il caso Campisi. Questi sono importanti segnali di un cambiamento in atto dei niscemesi, di una presa di coscienza dei fenomeni mafiosi. Continueremo in questo percorso perché la legalità sia da monito per tutti i cittadini che per troppo tempo sono stati vittime di una sparuta minoranza di mafiosi. Niscemi sta cambiando grazie ai suoi cittadini supportati dal lavoro che abbiamo svolto in questi anni”.
A finire in manette sono: Alessandro Emmanuello, 44 anni di Gela, presunto mandante dell’agguato mortale; Giuseppe Amedeo Arcerito, 58 anni, detto “u dutturi“; Salvatore Di Pasquale, 55 anni, detto “Turi bordò“; Sebastiano Montalto, 42 anni, soprannominato “Iano l’americano”; Rosario Lombardo, 50 anni, chiamato “Saru Cavaddu“, tutti di Niscemi; Francesco Amato, 41 anni, di Vittoria, detto “Ciccio pistola“.
Dovranno rispondere, a vario titolo, di omicidio volontario aggravato, tentativo di omicidio e associazione mafiosa. Ad Alessandro Emmanuello (detenuto in Italia ma che per questo nuovo capo di imputazione attende l’estradizione dalla Germania dove fu arrestato anni fa) e a Lombardo i provvedimenti sono stati notificati in carcere.
Indagati Emanuele Greco, 38 anni di Gela e soprannominato “Nele a bestia“, e i collaboratori di giustizia gelesi, Massimo Carmelo Billizzi, Fortunato Ferracane, Nunzio Licata ed Emanuele Celona. I pentiti assieme ad Antonino Pitrolo, Giuliano Chiavetta e Crocifisso Smorta hanno contribuito a far luce sulla guerra di mafia all’interno di Cosa nostra a Niscemi.
Per l’uccisione di Campisi e il ferimento di Chiavetta, lo scorso anno furono arrestati Giuseppe Buzzone e Antonino Pitrolo, ormai anche lui collaboratore di giustizia.
Laura Galesi
Strozzateci tutti




























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