di Raffaella R. Ferré
Camorra di celluloide: lo studente, l’operaio e i nuovi poveri degli anni Ottanta
Violenza, degrado, oppressione: sono questi gli elementi che vengono associati alla camorra. Ma nel corso degli ultimi decenni il tratto distintivo è stato un altro: la progressiva e passiva accettazione di un’illegalità diffusa. La criminalità organizzata ha condiviso i ritmi della vita quotidiana, ne ha appianato i conflitti facendosi quasi dimenticare: la sua annessione alla società moderna, nell’area napoletana e limitrofa, è avvenuta perché essa è stata capace di funzionare da equilibratore sociale ed economico. Se analizziamo le statistiche, infatti, quello che balza agli occhi è che, negli anni Ottanta, la criminalità cresce laddove aumenta l’occupazione, il reddito e i consumi, persino di quotidiani e di cinema.
Proprio sullo schermo cinematografico la criminalità organizzata è rappresentata assieme alle sue prassi incivili e violente, prese dritte dalla cronaca quotidiana, ma la produzione, fortemente regionale, ha come protagonisti personaggi al limite della legalità che emozionano e appassionano il pubblico. Napoli… La camorra sfida la città risponde é presentato come un film di sconvolgente attualità, proiettato ben 4 volte al giorno, e il contrabbandiere di sigarette è una figura eroica, se contrapposta al trafficante di droga ne I contrabbandieri di Santa Lucia.
Lo Studente interpretato da Nino D’Angelo nel 1982 non ha alcuna indole violenta ma è costretto a delinquere per ripagare un boss locale del suo aiuto, eppure il clou della vicenda non sta tanto nell’arroganza della criminalità quanto nell’approccio del giovane povero, residente nella periferia, alla borghesia cittadina: Nino fa da segretario ad un barone – che scopriremo infine essere suo padre – e si innamora della ricca Claudia cui nasconde la sua condizione di meno abbiente: non è la camorra a spaventarlo quanto la vergogna della povertà. Potremmo dire, citando Antonio Gilberto Marselli, sociologo dell’Università di Napoli, che questi «in fondo sono film sociali, nascono come film di protesta e finiscono per idealizzare il contrabbandiere, trovando un alibi e una legittimazione alla sua condizione»?
Potremmo, ma dobbiamo aggiungere l’incognita del boom economico: se nel Cinquecento l’esempio di nobili e militari spagnoli aveva alimentato a Napoli, a tutti i livelli sociali, il culto sfrenato delle apparenze, dell’ofanità, adesso il formalismo dei rapporti è minuzioso, fomenta vergogne, accresce la religione del pare brutto e, come succede in Mi manda Picone, fa scambiare la lotta di classe con un televisore a 21 pollici. Difatti, il tratto distintivo di tutte queste pellicole è che ai personaggi pare logico, nella storia filmica, superare il limite della legalità, del vivere onestamente. Per condurre un esistenza migliore devono farsi gioco della convivenza civile, delle norme, della legge. Il Picone di Nanni Loy incarna il simbolo di tale ambiguità: l’operaio della grande fabbrica con tre figli, una bella moglie e una casa a Posillipo è una figura di spicco della criminalità organizzata o una vittima del consumismo? Certo è che in questa storia vi sono continui rimandi alla cronaca quotidiana conditi dal solito, sottile humor napoletano. La comicità, difatti, è la colonna vertebrale che sorregge dinanzi ai problemi quotidiani, al traffico e ai traffici, al cemento e alla decadenza.
In Così parlò Bellavista l’uomo del “cavalluccio rosso”, sconvolto dall’aver subito l’ennesimo furto dell’autoradio per mano di un bambino, diverrà, infine, una parodia di se stesso, non riuscendo ad imporsi al boss. Nel film di De Crescenzo, siamo nel 1984, abbiamo anche una prima schematizzazione della holding camorra: i protagonisti, infatti, si trovano ad avere a che fare con più livelli della criminalità organizzata. Prima c’é l’inquietante esponente dei «nuovi poveri», un ragazzo che pretende, senza nemmeno il bisogno di minacciare, «nu poco di prosciutto mmienz ‘o ppane», ovvero moneta sonante. Di seguito viene l’esattore del pizzo bonario e lamentoso, Core ‘ngrato, «quello col pacemaker». In ultima istanza arriva il capoclan che usa, a mo’ di giustificazione, la disoccupazione giovanile.
Inutile elencargli i rischi di un tale “mestiere” -gli omicidi, le vendette trasversali-, le cose si complicano quando bisognerà rivolgersi ad un avvocato della camorra. Sul tutto aleggiano sinistre le parole di un volantino consegnato da un bambino all’inizio della scena: «basta con la delinquenza – recita il testo – Il servizio di protezione dei commercianti è a vostra disposizione». Non c’è il tempo per tirare un respiro di sollievo che un altro uomo spiega: «chesta è a camorra ca ha mannato ‘o primm’avviso. Sabato, a mezzogiorno, passerà un nostro incaricato. Ricevetelo con cortesia». Una trovata narrativa eccezionale, se non fosse che questa intimazione è reale: negli anni Ottanta fu davvero diffuso, dalla malavita, un documento simile. Il testo recitava: «con la nostra iniziativa e la Vostra collaborazione si può e si deve porre termine ai vari reati che opprimono e che infestono attualmente la nostra città. Riceverete la cortese visita di un nostro e vostro collaboratore per ulteriori chiarimenti e sia ben chiaro senza alcun obblico di collaborazione finanziaria. Sicuri della vostra adesione atta ad impedire molte angherie Vi salutiamo con ossequi. Non è nostra intenzione ostacolare nessun organo Statale ma unendovi a noi potrete ristabilire l’ordine da tutti desiderato».
Raffella R. Ferré
StrozzateciTutti.info


























0 Commenti » “Camorra di celluloide: lo studente, l’operaio e i nuovi poveri degli anni Ottanta – di Raffaella R. Ferré”