di Paolo Battista
Giancarlo Siani… un quarto di secolo
Due sono le immagini di Giancarlo Siani che custodisco nella memoria: la prima ritrae di tre quarti il volto di un ragazzo sorridente col simbolo della pace disegnato sulla guancia, la seconda, in bianco e nero, il corpo dello stesso ragazzo adagiato di lato all’interno della sua inconfondibile Citroen Mehari poco dopo essere stato raggiunto ed ucciso da 7 proiettili. Nello spazio tra queste due fotografie, scorre la storia di un ragazzo di 26 anni assassinato dalla camorra.
Stando alle dichiarazioni dei pentiti Salvatore Migliorino e Gabriele Donnarumma, Siani meritò di morire per avere insinuato che l’arresto in latitanza del boss Valentino Gionta fosse stato determinato da una soffiata proveniente dal Clan Nuvoletta, referente in Campania della mafia Corleonese. I fratelli Nuvoletta avrebbero deciso di togliere di mezzo Gionta per ottenere un patto di non belligeranza con il Clan rivale dei Bardellino, cosca dalla quale pare sia nato l’attuale clan dei casalesi.
L’accusa di “infamia”, ed il discredito derivatone, contenuta nell’articolo firmato da Giancarlo Siani su Il Mattino del 10 giugno 1985, avrebbero, quindi, segnato il destino di questo giovane cronista.
Una spiegazione, quella fornita dai pentiti, che, unita ad un buon numero di riscontri, ha portato finalmente il caso ad una “verità processuale” dopo circa 16 anni trascorsi tra piste errate, richieste di archiviazione, arresti e dibattiti in aula: mandanti e killer sono, sarebbero, tutti dietro le sbarre. Valentino Gionta, capo dell’omonimo clan che imperversava a Torre Annunziata in quegli anni, è stato assolto per non aver commesso il fatto, ma resta comunque in carcere a vita per altre vicende.
Giancarlo Siani, classe 1959, apparteneva ad una famiglia della media borghesia napoletana. Dopo aver militato nel cosiddetto movimento del 77, aveva cominciato a collaborare con Amato Lamberti all’Osservatorio sulla Camorra, e poi era riuscito ad entrare nella schiera dei collaboratori de Il Mattino. Nel corso degli anni, aveva guadagnato un credito sempre maggiore, rovistando nel torbido dei rapporti esistenti a Torre Annunziata tra criminalità organizzata e classe politica.
Al momento dell’assassinio, si dice fosse in procinto di firmare il contratto che lo avrebbe reso a tutti gli effetti un membro della redazione napoletana del Mattino, presso la quale, dopo gli anni di apprendistato tra Castellammare di Stabia e Torre, era giunto da pochi mesi.
Fatta giustizia circa gli esecutori materiali del delitto, e, probabilmente, i mandanti, resta, ad un quarto di secolo di distanza, qualche dubbio sul movente che determinò l’esecuzione. La vicenda di Giancarlo Siani è, per fortuna, l’unico caso di giornalista assassinato dalla camorra.
Negli anni immediatamente precedenti, il pubblico italiano aveva assistito impotente all’omicidio di Walter Tobagi, per mano delle brigate rosse, e di Mauro De Mauro, Mario Francese, e Giuseppe Fava, tutti uccisi per volere della mafia siciliana.
L’omicidio di un giornalista, dunque, non rientrava nel modus operandi ordinario di una realtà criminale che all’epoca non era tanto potente e florida quanto oggi. Pensare che una simile decisione, in grado comunque di attirare l’interesse dei media e dell’opinione pubblica, fosse presa solo per riparare all’orgoglio ferito, per aver messo in discussione la presunta solidarietà vigente tra le cosche, pare cliché degno di un gangster movie.
Desta anche sorpresa la mancanza della proverbiale escalation che precede tale tipo di assassinii, quasi a voler indicare che l’omicidio sia stato progettato ed eseguito con una tempistica inferiore ai tre mesi e mezzo intercorsi tra l’articolo del 10 giugno e l’omicidio del 23 settembre.
Resta, sinceramente, il dubbio che far tacere Siani fosse, nella logica criminale, scelta indispensabile e da prendere velocemente. Permane il sospetto, dunque, che l’indagine decisiva, quella condotta dal pm D’Alterio sulla scorta delle rivelazioni di Migliorino, abbia sfiorato la verità, restituendone un quadro attendibile, ma parziale.
Possibile che, per uccidere Siani, sia stata decisiva l’accusa rivolta ai Nuvoletta di aver “cantato” Gionta, e non la ricostruzione capillare della ragnatela di rapporti tra potere politico, Camorra campana e Mafia siciliana che Giancarlo aveva tessuto in quegli anni, nel periodo della Campania post-sisma?
E che fine ha fatto il libro che Siani stava scrivendo, del quale parla in alcune lettere, che a suo dire conteneva materiale inedito? Cosa aveva da dire ad Amato Lamberti in quell’appuntamento che non ci fu mai? Una verità tanto sconvolgente da non poter essere rivelata dal telefono della redazione di via Chiatamone?
Domande che resteranno inevase, senza risposta, domande che, nella loro essenza, costituiscono il fulcro essenziale del lavoro di ogni giornalista persuaso che il suo mestiere sia descrivere la realtà non per darne una testimonianza passiva, ma per contribuire attivamente al suo cambiamento.
Il lungo iter processuale, che ha rischiato di non vedere mai la luce, ha rallentato negli anni anche il fiorire di tributi alla memoria di Siani. Dopo la sentenza, due lungometraggi ed un cortometraggio hanno cercato, seguendo prospettive differenti, di scandagliare la vicenda del giovane “abusivo” napoletano, un’aula della scuola di giornalismo del Suor Orsola Benincasa è stata dedicata alla sua memoria, i Biscuits, un gruppo napoletano, hanno dedicato a Siani un video, portano il nome di Giancarlo il centro polivalente di San Giorgio a Cremano e un liceo di Casalnuovo, “Ladri di sogni” è lo spettacolo teatrale che gli rende omaggio, “L’abusivo” il libro di Franchini che ne ricostruisce le gesta, e la strada che porta a Piazza Leonardo, teatro dell’assassinio, è oggi denominata rampe Siani.
Mi piace pensare che, al di là delle tracce di sé lasciate nella cultura pop, o nella toponomastica di scuole e strade, Siani viva però ancora nel lavoro di quei giornalisti e scrittori che oggi respirano una quotidianità fatta di privazioni e solitudine, protetti da una scorta, e dall’attenzione della doxasfera, dall’affetto dei lettori, dall’indignazione dell’opinione pubblica che si radica nel senso di colpa ma è comunque indispensabile.
Persone, cioè, come Rosaria Capacchione e Roberto Saviano, che, pur se presi di mira non solo dalla criminalità, ma anche da una incomprensibile critica che rimprovera loro di essere diventati ricchi rischiando la pelle, di aver reso romanzato e romantico il racconto di tragedie, continuano a porsi quelle domande insistenti.
Interrogativi, quelli relativi all’indissolubile connubio tra gestione della cosa pubblica e mafie, che picchiano come ripetuti ma incalzanti jab alle tempie di chi non si quieta, di chi ancora respira l’aria ricca di miasmi esalanti dall’immondizia, metaforica e reale, che avvolge questa regione, la Campania, in cui dieci anni fa il presidente della provincia di Napoli era un amico di Siani impegnato sul fronte anti-camorra, Amato Lamberti, e oggi è Luigi Cesaro, che, nell’ambito di un processo che lo vide prima condannato a 5 anni per i suoi rapporti con la Nco e poi prosciolto dal giudice Carnevale per insufficienza di prove, confermò di aver chiesto una raccomandazione a Rosetta Cutolo, sorella del ben noto Don Raffaè.
Paolo Battista
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