il nostro impegno civile contre le mafie



19 luglio 2011: Un anno! «Strozzateci Tutti Lab,
il nostro regalo di compleanno
»

STROZZATECI TUTTI – La prefazione di Marco Travaglio


“Strozzateci tutti” (Aliberti editore) – La prefazione di Marco Travaglio.
Il libro esce in libreria giovedì 30 settembre 2010.

«Le dichiarazioni di Silvio Berlusconi sulla mafia, si ispirano a modelli illustri. Il boss Luciano Liggio, intervistato da Enzo Biagi per Rai1 il 20 marzo 1989, argomentò:

«Quando il giudice mi ha interrogato mi sono accorto che mi trovavo di fronte a un ammalato. Se dietro a varie scrivanie dello Stato ci sono degli psicotici la colpa non è mia. Perché non fanno delle visite adeguate a questa gente prima di affidare loro un ufficio?».

Non poteva immaginare, il boss corleonese maestro di Riina e Provenzano, che 14 anni dopo, parlando dei giudici d’appello di Palermo che avevano ritenuto Giulio Andreotti colpevole di mafia fino al 1980 (reato commesso, ma prescritto), un presidente del Consiglio avrebbe dichiarato, sulla sua scia, al quotidiano britannico “The Spectator”:

«Questi giudici sono doppiamente matti! Per prima cosa, perché lo sono politicamente, e secondo sono matti comunque. Per fare quel lavoro devi essere mentalmente disturbato,  devi avere delle turbe psichiche. Se fanno quel lavoro, è perché sono antropologicamente diversi dal resto della razza umana».

Del resto, chi fossero i suoi spiriti guida in materia di mafia, il Cavaliere l’aveva già esplicitato durante il suo primo governo, nel 1994. Appena era salito a Palazzo Chigi, Totò Riina gli aveva subito dato il benvenuto con un proclama dalla gabbia della Corte d’Assise di Catanzaro durante il processo per l’assassinio del giudice Antonino Scopelliti:

«C’è uno strumento politico, ed è il Partito comunista. Ci sono i Caselli, i Violante, poi questo Arlacchi che scrive i libri… Ecco, secondo me il nuovo governo si deve guardare dagli attacchi dei comunisti».

Pochi mesi dopo, il premier faceva tesoro del prezioso suggerimento:

«Gian Carlo Caselli viene dalle cellule del Partito comunista».

Poi se la prendeva con chi aveva avuto la malaugurata idea di inventare La Piovra, fiction Rai di grande successo sulla mafia:

«Speriamo di non fare più queste cose sulla mafia come La Piovra, perché questo è stato un disastro che abbiamo combinato insieme in giro per il mondo. Dalla Piovra in giù. Non ce ne siamo resi conto. Ma tutto questo ha dato del nostro Paese un’immagine veramente negativa. Si pensa all’Italia e sapete cosa viene in mente. C’è chi dice che c’è anche la mafia, nella realtà italiana. Ebbene, non so fino a che punto, rispetto alla realtà vera e operosa dell’Italia. Eppoi che cos’è la mafia? Un decimillesimo, un milionesimo. Quanti sono gli italiani mafiosi, rispetto a quei cinquantasette milioni di cittadini? E noi non vogliamo che un centinaio di persone diano un’immagine negativa in tutto il mondo».

Immediato il plauso di Riina:

«È vero, ha ragione il presidente Berlusconi, tutte queste cose sono invenzioni, tutte cose da tragediatori che discreditano l’Italia e la nostra bella Sicilia. Si dicono tante cose cattive con questa storia di Cosa Nostra, della mafia, che fanno scappare la gente. Ma quale mafia, quale piovra, sono romanzi… Andreotti è un tragediato come sono tragediato io. E Carnevale più tragediato ancora. Questi pentiti accusano perché sono pagati, prendono soldi».

Del resto, Berlusconi ha in casa da una quarantina d’anni Marcello Dell’Utri, che in due occasioni ha trovato il coraggio di negare la stessa esistenza della mafia. Prima in un’intervista televisiva a Piero Chiambretti:

«Le garantisco che la mafia non esiste. Non è che tu vai in un posto, bussi e chiedi “È qui la mafia?” Non ha un direttore generale. La mafia è uno stato d’animo» (1° ottobre 1997).

Poi in un programma di Michele Santoro che, quando gli domandò «Secondo lei esiste la mafia?» si sentì rispondere:

«Le risponderò con una frase di Luciano Liggio: se esiste l’antimafia, esisterà anche la mafia» (11 marzo 1999).

Di Silvio e Marcello sarebbe stato orgoglioso il vecchio boss Gerlando Alberti il quale, a un giudice che tentava di interrogarlo, aveva replicato: «Ma cos’è questa mafia di cui lei mi parla? Una marca di formaggio?».

Nessuno stupore, dunque, se l’unico politico italiano che non si è mai congratulato con la polizia per la cattura di Bernardo Provenzano nel 2006 è stato proprio il Cavaliere, all’epoca presidente del Consiglio. E nessuna meraviglia quando, alla vigilia delle elezioni del 12 aprile 2008 prima Dell’Utri e poi Berlusconi definirono “eroe” Vittorio Mangano, il mafioso sanguinario loro amico ed ex dipendente, morto nel 2000 con due condanne definitive per mafia e per droga e con due ergastoli in primo grado per un totale di tre omicidi. Un anno e mezzo dopo, il 28 novembre 2009, il Cavaliere tornato al governo completò l’opera con un discorso da vero statista. In un pubblico discorso a Olbia, raccontò una barzelletta sul silenzio omertoso (pardòn, eroico) dei siciliani, poi se la prese con i film e i libri contro la mafia:

«Se trovo chi ha fatto le nove serie de La Piovra e chi scrive libri sulla mafia che vanno in giro in tutto il mondo a farci fare una bella figura, giuro che li strozzo».

Casomai qualcuno non avesse capito con chi ce l’aveva quando pronunciò l’editto di Olbia, nell’aprile del 2010, in una conferenza stampa a Palazzo Chigi a fianco di un imbarazzatissimo ministro dell’Interno Roberto Maroni, il premier tornò sull’argomento chiamando direttamente in causa Roberto Saviano e il suo best-seller Gomorra, peraltro pubblicato dalla sua Mondadori:

«Serie televisive come La Piovra e libri come Gomorra fanno cattiva pubblicità all’Italia nel mondo, promuovendo la mafia».

Questi testi non glieli scrive nessuno: gli vengono così, dal profondo del cuore o di qualche altro organo meno vitale. Soprattutto da quando le Procure di Caltanissetta, Firenze e Palermo hanno riaperto le indagini sui mandanti occulti delle stragi del 1992-’93 e sulle sottostanti trattative fra Stato e mafia.

Figurarsi poi dopo la condanna di Dell’Utri anche in appello a 7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa. Una sentenza che ha dimostrato come questo regime sia ormai così debole – fra scandali, crisi finanziaria e manovra di tagli contro i soliti noti, proprio come nel 1992-’93 – da non riuscire più a salvare nemmeno uno dei suoi padri fondatori: l’uomo che anche secondo la Corte d’appello di Palermo fu al servizio di Cosa Nostra almeno fino al 1992 e di lì a poco ideò Forza Italia.

Il rischio, per il Cavaliere e i suoi cari, è che Cosa Nostra perda davvero la pazienza, come avvenne nel 1992 con gli assassinii degli uomini-cerniera fra mafia e politica, Salvo Lima e Ignazio Salvo.

Già, perché la legge anti-pentiti del 2001 (sinistra-destra) gli scudi fiscali, l’asta dei beni sequestrati, i progetti di riforma del concorso esterno, il bavaglio alle intercettazioni emersi nell’attuale legislatura sono utilissimi ai mafiosi che stanno fuori.

Ma a chi sta dentro da tre lustri chi ci pensa?

Ci vuol altro che le visitine in carcere dell’onorevole Betulla, al secolo Renato Farina. Tant’è che da anni radio-carcere ritma un ritornello sinistro sulle promesse tradite: «Iddu pensa solo a Iddu». E se in passato era facile tenerli buoni con la scusa del tradimento di Bossi (1994) o di Casini e Follini (2001-2006), oggi che Berlusconi gode di una maggioranza alla Camera di 100 deputati e riesce a far passare qualunque lodo Alfano e legittimo impedimento a proprio uso e consumo, riesce difficile giustificare il nulla di fatto (a parte la chiusura delle supercerceri di Pianosa e Asinara e l’allentamento del 41-bis) per chi marcisce in carcere dai primi anni Novanta.

Nel 2002 Leoluca Bagarella aveva rotto un silenzio atavico per tuonare da una cella contro i politici che «non mantengono le promesse».

Pochi mesi dopo un gruppetto di mafiosi travestiti da tifosi esposero uno striscione allo stadio di Palermo: «Berlusconi dimentica la Sicilia. Uniti contro il 41 bis».

Poi tutto tacque, e qualcuno sperò che il rassicurante «Mangano è un eroe» avesse placato gli animi. Ma ci vuol altro, per chi morde il freno in isolamento da una vita. In concomitanza con la collaborazione del pentito Gaspare Spatuzza e con le rivelazioni di Massimo Ciancimino, si registra lo sfogo-ricatto di Giuseppe Graviano, che rifiuta di sconfessare Spatuzza, anzi gli manifesta pubblica stima, dopo aver fatto trapelare l’avvertimento: «O cambia qualcosa, oppure dovremo andare a parlare con i giudici…» E si riserva di uscire eventualmente dal silenzio nel caso in cui si allentasse ulteriormente il 41-bis.

In un clima come questo, che evidenzia una trattativa mai chiusa, anzi tuttora in corso, occorrerebbe una classe politica che parla una sola lingua, possibilmente non biforcuta. Invece, agli avvertimenti dei mafiosi, fanno seguito ammiccamenti, strizzatine d’occhio, quando non addirittura pubblici elogi dell’omertà.

Questo libro ha questo significato alto: pronuncia parole chiare, nette e definitive che tutti i politici, se potessero, dovrebbero semplicemente copiare, mandare a memoria e ripetere in ogni occasione.

Chi lo acquista compie un gesto dal doppio valore: reagire al “dialogo” berlusconiano con la mafia per le “riforme condivise” con la criminalità organizzata e non, e sostenere la libertà d’informazione in tempi di bavaglio. Chi lo acquista entra in sintonia con gli autori che hanno deciso di rispondere per le rime all’editto di Olbia.

Sono 23 scrittori che provengono da esperienze diverse: dal giornalismo, dall’università, dall’associazionismo e da sperimentazioni letterarie. Attraverso il tam-tam dell’indignazione e un rapido giro di mail, hanno deciso di incontrarsi per non lasciar cadere nel vuoto le ultime vergogne del presidente del Consiglio. Chiusi in una stanza come carbonari, si sono guardati negli occhi: «Allora, che si fa?» La risposta è stata immediata, all’unisono: «Bè, se lui vuole strozzare chi scrive di mafia, allora dovrà strozzarci tutti». L’assemblea si è conclusa tra risate e applausi.

La forza di quest’antologia sta tutta nella capacità di diventare un “collettivo”, una voce tra le voci che sale dalla società, anzi dalla strada, dal campo, e alterna indagini sociali, inchieste giornalistiche, racconti letterari e saggi scientifici con un linguaggio divulgativo accessibile a tutti, soprattutto ai non addetti ai lavori. Un testo “popolare” che stimola la curiosità e l’immedesimazione del lettore, che rilancia una discussione sulle mafie pubblica, militante e plurale. Un utile strumento di consultazione per chi vuole approfondire le sue conoscenze. Un’esplorazione dei fattori materiali e culturali che consentono al crimine organizzato di soggiogare persone, comunità, territori, economie, istituzioni. Ma anche una ricerca sulle risorse a cui è possibile attingere per liberare i corpi e le coscienze.

Ciascuno degli autori ha la sua storia da raccontare. Storie vissute, sudate, pensate, scritte per davvero. Nessuna tessera, nessuna etichetta di comodo: pensiero libero. Una scrittura arrabbiata, sgradevole, scomoda, in fin dei conti sincera, convinta della possibilità di attraversare i confini imposti da redazioni e salotti, “scuole di pensiero”, appartenenze di partito, di cricca, di accademia.

Se Berlusconi pensava di strozzarne uno per educarne cento, ora ha trovato almeno 23 scrittori che lo sfidano a strozzarli tutti insieme. Non sarà facile, l’unione fa la forza.

Marco Travaglio

Tratto dalla prefazione di “Strozzateci tutti” (Aliberti editore, 2010)
Leggi la prefazione sulla pagina facebook ufficiale di Marco Travaglio