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Pupi, pupari, Pulcinella e guappi – di Francesco Piccinini


Francesco Piccininidi Francesco Piccinini
Pupi, pupari, Pulcinella e guappi

E’ una storia che comincia a Palermo; no è una storia che comincia a Napoli; no è una storia, che forse, comincia a metà strada, sul traghetto che le collega ogni giorno: il “postale”, come lo chiama ancora mia nonna. E’ una storia di mafia e di camorra. E’ la descrizione di due mondi così simili e così diversi. Palermo e Napoli, capitali dello stesso regno, schiave di un male comune.

Ho vissuto per anni su una strada invisibile che univa Secondigliano a Bagheria, una strada che ha trasformato la mafia e la camorra in qualcosa che usciva dalle pagine dei giornali per diventare quotidianità.

Quando vivi certi luoghi ti può “capitare” di andare a scuola con i figli dei Licciardi e dei Contini o di chiacchierare e mangiare una brioche al gelato con il nipote di Matteo Messina Denaro. Palermo e Napoli sono anche questo.

Di Palermo ricordo tutti i poliziotti uccisi, i giudici fatti saltare in aria. Ricordo Capaci e Via d’Amelio. Ricordo una telefonata il giorno dell’arresto di Provenzano:

«ti volevo fare i complimenti per la vittoria (l’Ulivo aveva vinto le elezioni, nda), per quanto riguarda quell’altra “vittoria” ti volevo dire che passeggiava da noi, qui, spesso, sul lungomare»

Questa era la “mia” Palermo.

Poi c’era Napoli, con la guerra di camorra e quel ricordo.

Via Foria, incrocio con la caserma Garibaldi, una sera qualunque. Una delle tante volte che prendevo la macchina e da Secondigliano “scendevo a Napoli”. Il semaforo era rosso e la primavera iniziava ad entrare dal finestrino. Il caldo non era ancora arrivato ma l’odore dell’inverno era già andato via. Secondigliano puzzava di cordite e sangue, il centro storico di smog e paura.

In macchina c’era solo un vecchio stereo con un mangianastri rotto, l’unica cosa che funzionava era la radio. Ricordo il giornale di Radio Capital, ricordo il servizio che annunciava l’ennesimo morto della faida di Scampia, ricordo la speranza che si trattasse solo di un caso d’omonimia. Ricordo i secondi lunghissimi prima che la speaker dicesse la sua età: 26 anni. Non so se scattò il verde o fui io a partire, accelerai il più possibile alla ricerca di un abbraccio.

Per me la guerra di camorra sarà per sempre quella sera di marzo e il ricordo delle sue parole pochi anni prima:

«Da grande diventerai una persona importante
e io ti farò da guardia del corpo».

Ogni volta che torno a Napoli o a Palermo non posso fare a meno di metterle a confronto. Guardo la Kalsa animarsi e i decumani morire. Guardo la mafia arrancare verso i giovani e la camorra proliferare.

Le bombe del ’92 hanno scosso le coscienze dei siciliani spingendo una generazione di ragazzi a voltare le spalle alla mafia, non solo in quanto organizzazione criminale ma anche, e soprattutto, in quanto “modello culturale”.

In rete, nelle strade di Palermo è un proliferare d’associazioni e blog che denunciano il malcostume quotidiano, quello che getta l’humus per una mentalità criminale. Dal pizzo al parcheggiatore abusivo, i siciliani portano avanti una lotta che i napoletani hanno dimenticato.

L’omologazione spinge, sempre più, i giovani partenopei ad una “raccaillisation” (emulare il tamarro, il burino, per dirla alla francese), forti anche di un modello televisivo che sostiene queste derive. Mentre a Palermo sta emergendo, con vigore, una generazione che cerca d’emanciparsi.

Basta girare per il centro, tra i negozi che espongono con disinvoltura il cartello “pizzo free”, tra le botteghe di giovani che rispolverano le vecchie manifatture o lasciarsi andare in piazza San Francesco dove, ogni sera, centinaia di persone vanno a mangiare pane e panelle in barba alla condanna che la mafia ha posto sulla testa di Vincenzo Conticello.

Nonostante le banalità di molti media, Palermo non ha dimenticato Falcone e Borsellino, ha interiorizzato quelle morti per farne un punto di partenza.

La differenza tra Napoli e Palermo è tutta qui. In una guerra tra Stato e stato+mafia che i campani non hanno mai conosciuto. Lo Stato quello dei giudici, dei poliziotti, delle scorte ha pianto troppe volte i suoi morti. Morti di Sicilia. Uomini e donne che fino all’ultimo istante hanno combattuto per quello in cui credevano.

Come a Via D’Amelio quando gli uomini della scorta non hanno avuto il tempo di fare nulla se non l’unico gesto al quale erano addestrati: buttarsi sul giudice. I loro corpi lo protessero per l’ultima volta. I loro resti furono trovati anche a centinaia di metri di distanza. Il corpo del giudice no. Era lì, integro, sulla sua terra. La sua terra stabat mater dolorosa. Quel gesto, quel sacrificio ha smosso le coscienze dei palermitani.

Dopo Capaci e Via D’Amelio nulla è stato più come prima, lentamente associazioni di categoria, blog, cittadini, scuole hanno costruito un contro modello culturale diffuso.

Purtroppo mentre una parte di Palermo si rimboccava, i napoletani accantonavano il “rinascimento” e giravano la testa dinanzi al malcostume, divenendo il punto verso cui indirizzare gli occhi degli italiani.

La spazzatura, gli omicidi, gli ultras che (non) rompono il treno, tutte notizie buone per deviare l’opinione pubblica. E i napoletani che fanno? Continuano a pagare il parcheggiatore abusivo, a comprare la marijuana dallo spacciatore e i cd a Forcella, continuando, così, a dare il proprio denaro al sistema.

Spesso dietro la lotta anticamorra non c’è un sentimento diffuso ma troppi “artisti/magistrati” che vogliono “sfruttare la scia di un marchio registrato”. La differenza è tutta qui, tra una Palermo che si riappropria degli spazi di cittadinanza e una Napoli che si arrocca sempre più, quasi condannata ad un decameronesco destino.

Abbiamo consegnato le chiavi della città ad un’organizzazione che non è nulla più di un insieme di bande (così Falcone definiva la camorra), l’abbiamo fatto perché in fondo amiamo il guappo, l’anarchia, la soluzione facile a portata di mano, amiamo parcheggiare la macchina sotto casa e risparmiare per un cd. La verità è tutta qui, facile, evidente.

Da una parte un popolo che rinasce dopo una “guerra civile”, dall’altra una città che guarda con boccaccesco distacco la peste/camorra. La critica, ne prende le distanze ma poi è sempre pronta a scendere giù le scale per andare dalla fu Sposa (buonanima) a comprare del pessimo “fumo”.

Basterebbe poco… e basterebbe dirlo ai nostri amici, figli, parenti… Spiegare che non possiamo alimentare con i nostri soldi il potere di quattro cocainomani che si sono presi Napoli. C’è bisogno di un nuovo modello culturale, per trovarlo la Sicilia ha dovuto piangere i suoi figli. Deve essere l’unica soluzione anche per Napoli?

Francesco Piccinini
StrozzateciTutti.info

3 Commenti » “Pupi, pupari, Pulcinella e guappi – di Francesco Piccinini”


  • Bell’articolo dove si evince quanto il vissuto di un napoletano verace venga dal profondo e non dal sentito dire!

  • Andrea Meccia

    Quanta disarmante tristezza e tenerezza in queste parole. Quanta voglia di ribellione che passa in questi pensieri. Quanta sofferenza nel mettere su una bilancia il dolore e la voglia di riscatto di due città. Complimenti Francesco!

  • caro Andrea, grazie mille!
    vorrei mettere a fuoco tanti discorsi su questa storia. lo farò con il tempo

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