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«Due o tre cose che sappiamo della Strage di Castelvolturno» di Emiliano Di Marco


Emiliano Di Marcodi Emiliano Di Marco
Due o tre cose che sappiamo della Strage di Castelvolturno

Quando alla vigilia di San Gennaro, il 18 settembre del 2008, il commando di Giuseppe Setola (detto “o’cecato”), mise in atto il “botto” programmato da tempo, l’orribile strage in cui vennero uccisi prima Antonio Celiento, il guardiano dei latitanti nascosti nei villini di Castelvolturno, uomo del clan Schiavone, considerato da Setola una spia dei carabinieri, e subito dopo i sei immigrati africani che si trovavano nei pressi della sartoria “Ob Ob Exotic Fashions” al km. 43 della domiziana, i morti avrebbero dovuto essere molti di più, secondo le dichiarazioni rese ai magistrati da Oreste Spagnuolo.

La strage aveva avuto un preludio esattamente un mese prima, il 18 agosto, quando il gruppo Setola aveva fatto irruzione in una villetta dove si teneva una riunione di una associazione di nigeriani, il cui presidente Teddy Egonwman stava facendo una campagna contro la prostituzione e lo spaccio di droga su tutto il litorale domizio. Il commando dei killer sparò all’impazzata ed a terra restarono fortunatamente solo cinque persone ferite, tra cui una donna.

Qualche mese dopo, con l’arresto di Oreste Spagnuolo, diventato presto collaboratore di giustizia, abbiamo potuto apprendere che già la sera del 18 agosto doveva essere una strage: “Noi pensavamo di aver ucciso qualcuno, soltanto leggendo i giornali capimmo di aver fallito”, è quanto ha dichiarato ai magistrati.
Teddy doveva essere ucciso perché contrastava la politica di Giuseppe Setola “diretta ad imporre ai trafficanti di pagarci la tangente”.

La giornalista del Mattino, Daniela De Crescenzo, nel suo libro “’O cecato”, che ricostruisce la parabola del boss Giuseppe Setola, riporta il testo di un pizzino inviato ad un componente del suo gruppo, Davide Granato, nel quale è scritto “Caro Davide, fatti pagare dagli sporchi neri oppure fatti dare un chilo di cocaina.” Quando avvenne la strage, è stato accertato dagli inquirenti, l’auto con i lampeggianti accesi dei killer vestiti da carabinieri, nella foga dopo l’omicidio di Celiento, aveva sbagliato strada ed invece di dirigersi verso un villino, dove avrebbero dovuto colpire una banda di spacciatori nigeriani, scelsero di scaricare 120 proiettili contro un gruppo di immigrati pressoché ghanesi. Tanto erano neri lo stesso.

Il movente del regolamento di conti non basta però a spiegare un eccidio che ha avuto risonanza mediatica mondiale, ampiamente previsto da una informativa del Sisde (come ebbi modo di apprendere tempo dopo, per caso, leggendo un duro comunicato di un sindacato di polizia redatto pochi giorni dopo la strage).

Dai verbali delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, emerge con chiarezza il tentativo di ristrutturazione del clan al proprio interno, sfondo da collocare dietro scenario della strage di Castelvolturno.

Emilio Di Caterino, uno dei collaboratori di giustizia rivelatisi tra i più affidabili per gli inquirenti, ha dichiarato che, in qualità di rappresentante della fazione di Bidognetti, aveva assistito ad una riunione in una località segreta dove il boss sanciprianese Michele Zagaria avrebbe regalato denaro ai giovani Nicola Schiavone, Gianluca Bidognetti (figli dei due principali boss dei casalesi) e Giuseppe Setola. Della stessa riunione parla anche un altro collaboratore di giustizia, Oreste Spagnuolo (ex componente del gruppo Setola), affermando che si discusse anche dei contrasti riguardanti “i lavori per il porto turistico di Villaggio Coppola. Setola sapeva che tutti o buona parte di essi erano già stati affidati a ditte riferibili a Zagaria tramite suoi prestanome”.

La riunione si sarebbe tenuta nel periodo in cui iniziava la collaborazione di Michele Orsi, imprenditore dei rifiuti che aveva incominciato a fare le prime ammissioni ai magistrati sui rapporti tra il clan dei “casalesi” ed i politici. Dopo  la travolgente collaborazione di Anna Carrino, ex compagna di Francesco Bidognetti, le cui rivelazioni avevano già messo in ginocchio tutta la fazione “domiziana” del clan, la sentenza del secondo grado del processo “Spartacus” (il 16 giugno 2008) prometteva di provocare una ondata di nuove collaborazioni che avrebbero potuto toccare gli interessi nevralgici, arrivando fino al “terzo livello”, i rapporti del clan con uomini di governo. Nella stessa riunione, dichiara sempre Spagnuolo, Zagaria avrebbe invitato Setola a “non fare troppi casini. Nel senso ovviamente di limitare l’uso delle armi e degli omicidi. Setola rispose che a “casa sua” faceva quello che gli pareva”.

Michele Orsi venne ucciso a Casal di Principe il 1 giugno del 2008, subito dopo l’inizio della collaborazione con i magistrati di Gaetano Vassallo, l’imprenditore dei rifiuti legato a Francesco Bidognetti, il quale con le sue dichiarazioni ha “inguajato” gli onorevoli “casertani” del PDL, Nicola Cosentino e Mario Landolfi.

La pioggia di centinaia di milioni di euro attesi per il risanamento del litorale domizio fa parte invece dello sfondo relativo alle inchieste dei PM Curcio e Del Gaudio, secondo i quali le richieste di pizzo e le “bussatine” per tentare di imporre ditte collegate al clan ai componenti del consorzio Rinascita, creato nel 2001 per riqualificare e rilanciare Villaggio Coppola, non si erano fatte attendere.

Nel caso dell’ammodernamento della clinica di Vincenzo Schiavone (anch’esso rientrante nel progetto del consorzio Rinascita), uomini collegati al boss Francesco Bidognetti, di fronte alla osservazione che per l’entità dei lavori le ditte impegnate avrebbero dovute essere necessariamente registrate alla camera di commercio, arrivarono a paventare addirittura una ipotesi accordo con una grande azienda di livello nazionale come la Astaldi.

La mancata risposta alle bussatine provocò la reazione dei casalesi, che nel 2003 fecero esplodere un ordigno nella casa di Cristoforo Coppola e devastarono qualche giorno dopo i locali del Consorzio Rinascita e della Mirabella Spa, della famiglia Coppola.

Quando è avvenuta la strage di San Gennaro, la scia di omicidi del gruppo Setola, in un periodo compreso tra marzo e settembre del 2008, aveva già raggiunto le due cifre, ma se non fosse esplosa la clamorosa rivolta degli immigrati, la morte di sei persone, ritenute innocenti dai magistrati, sarebbe potuta passare per l’esito di una faida all’interno della “mala” africana del litorale domizio.

Gli immigrati, a cui non è sfuggita la natura razzista del massacro, sono stati gli unici a ribellarsi alla violenza dei killer, anche se i primi a non volerli ascoltare sono stati proprio gran parte dei giornalisti accorsi a Castelvolturno dopo la Strage, come si può ascoltare nel video linkato di seguito.

Si tratta della registrazione audio effettuata durante la rivolta degli immigrati, nei pressi del cordone allestito dalle forze dell’ordine sulla domiziana. La voce che sentirete è quella di un immigrato che, mostrando e battendo con rabbia il dito indice sulla foto di Ababa, il sarto ucciso dai killer, grida a tutti i giornalisti che era innocente. Aveva fatto diciotto chilometri a piedi sotto la pioggia per poterlo dire a “qualcuno”…

Emiliano Di Marco
Due o tre cose che sappiamo della Strage di Castelvolturno
StrozzateciTutti.info

2 Commenti » “«Due o tre cose che sappiamo della Strage di Castelvolturno» di Emiliano Di Marco”


  • Vincenzo Ammaliato

    gran parte dei commentatori della strage degli africani ha un’idea ben precisa di quello che successe quella terribile sera; è questa idea nasce da un teorema che in quanto tale non fa una piega! ebbene, sarebbe il caso, però, che i sopracitati commentatori togliessero gli omissis e spiegassero per intero la propria tesi. vale a dire, “Michele Zagaria che da mandato a Peppe Setola di liberare il litorale dagli immigrati (soprattutto da quelli neri, che sono ben visibili proprio per il colore della pelle); liberare il litorale con qualsiasi mezzo, perché così vogliono i costruttori Coppola (dell’omonimo Villaggio)che devono riprendere a costruire a Castelvolturno”. Ve li immaginate, il presidente del consorzio rinascita, Felice Di Persia, ex capo della direzione distrettuale antimafia, ripeto, ex capo della direzione distrettuale antimafia di Napoli, che si vede in un bar della Domiziana con Oreste Spagnuolo; oppure Cristiana Coppola, vicepresidente di Confindustria che riceve Emilio di Caterino nei suoi uffici, oppure in quelli di suo padre Cristoforo. per me, sarebbe come ammettere che le torri gemelle le hanno buttate giù gli israeliani, che Jim Morrison non è morto e che invece poal mccartney è trapassato da oltre trenta anni………tutto questo può essere anche vero….io, personalmente, non sono di questo coro!

  • Emiliano Di Marco

    Anche a me riesce difficile immaginare le cose che dici, tanto è vero che le cose che dici non le ho scritte, il che non significa che non l’abbia pensate, anche se operando per abduzione…

    Personalmente non mi fido troppo delle indagini basate solo sulle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, a leggere le carte sembra di avere a che fare con i processi inquisitoriali del 1500, eppure larga parte delle indagini antimafia si reggono principalmente su queste fonti e qualche riscontro (le intercettazioni ad esempio), ragion per cui la lotta contro le mafie diventa una guerra di parole, e chi possiede i media parte ovviamente sempre avvantaggiato.

    Le dichiarazioni in virgolettato che hai letto sono comunque state pubblicate anche da alcune delle più importanti firme del giornalismo antimafia (Rosaria Capacchione, Roberto Saviano, Daniela De Crescenzo) per cui la teoria che tu citi fa parte già di una autorevole narrazione passata su alcuni dei principali media nazionali.

    Le indagini le fanno i magistrati, ma quello che passa o viene veicolato sui media non può non essere oggetto di discussione, se possibile fondato sugli stessi elementi su cui si basano le inchieste giornalistiche (in questo caso le indagini giudiziarie), altrimenti di cosa parliamo?

    Ti ricordo che il primo in assoluto a mettere in relazione la strage degli immigrati con l’ipotesi che l’obiettivo fosse quello di cacciarli dal litorale fu proprio il sindaco Francesco Nuzzo dichiarando pochi giorni dopo il massacro che l’Italia «non è uno Stato se non protegge i suoi cittadini, non è in grado di estirpare il cancro della camorra e controllare l’immigrazione (…) Castelvolturno potrebbe essere un luogo stupendo. Potrebbe diventare una località turistica formidabile: la Malibù d’Italia»
    La rivolta degli immigrati cancellata con una semplice dichiarazione che mette insieme carnefici e vittime. Ed il modello Caserta da cosa è nato allora?
    In seguito Nuzzo ha cambiato rotta, ma quelle parole le ha pronunciate lui e pesano ancora.

    Veniamo invece sulla presunta inattendibilità di Emilio Di Caterino. Di Caterino ha iniziato la sua collaborazione con la giustizia il giorno del suo arresto, il 17 ottobre del 2008, appena dieci giorni dopo l’inizio della collaborazione di Oreste Spagnuolo,
    Nelle dichiarazioni rese pubbliche ha raccontato di una scissione tra lui, Setola e Cirillo che avrebbe trovato conferma in una intercettazione effettuata agli inizi di settembre. Le ragioni dello scontro all’interno del gruppo Setola era relative ad una escalation della linea stragista che avrebbe dovuto portare ad attentato contro i carabinieri, decisione che sarebbe stata avallata da Zagaria.

    Sai meglio di me che le congetture sono molto pericolose…si potrebbe pensare che Zagaria ha utilizzato Setola ed il suo gruppo per seminare terrore, fino a quando non servivano più, il primo covo dove Setola fu quasi catturato era la casa di un cugino di Antonio Iovine ha scritto la Capacchione, ma qui ci si limita a riportare quelli che per i magistrati sono “fatti” giuridici. Per le sentenze ci sarà tempo.

    P.S.
    Sull’ufologia e sulle teorie del complotto sfondi una porta aperta, l’altro giorno parlavo con un tizio che sosteneva che le torri gemelle costruite in acciaio, non sono crollate per effetto del calore prodotto dalla combustione del kerosene, ma per le detonazioni di esplosivo per demolizioni collocato sulle strutture. Gli ho chiesto come avessero fatto a far saltare la struttura interna dei piloni di acciaio, mi ha detto che hanno usato la Termite, che non è l’insetto che mangia il legno come pensavo io…insomma aveva una risposta a tutto…
    Cos’e pazz…

    Dio è morto, Vincenza Coppola pure pure io non mi sento tanto bene…

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